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La nostra storia
FONDAZIONE E FISIONOMIA

P. Giulio Mencarelli
(Cappellano all'Ospedale "San Salvatore" di Pesaro)
Sono già 20 anni che i Volontari Ospedalieri operano negli Ospedali d'Italia tra i malati! L'alba dell'Associazione sembra di ieri e molti nostri lettori l'hanno scoperta appena oggi, ma questi Volontari (seppure presenti in qualità e quantità anche a Pesaro) sembrano viaggiare nell'incognito e chi si accosta all'A.V.O. anche adesso si domanda: ma che cos'è, e chi sono?
L'idea progetto di dare vita in Italia ad una Associazione di Volontari ospedalieri - tra le tante- istituzioni dei Volontariato, oggi - è partita da un ospedale ed è stata realizzata dal Prof. Emilio Longhini (già primario di medicina interna all'Ospedale di Sesto San Giovanni Milano) e di sua moglie Nuccia, lei pure medico. Quindi sono corsi a raccogliere persone che, per motivi esclusivamente di umana solidarietà, accettassero di impiegare parte, del loro tempo libero nelle grandi strutture ospedaliere, accanto ai malati bisognosi di compagnia e di conforto.
Ed è proprio in quegli anni'70 '75 che si andava discutendo, nell'ambiente medico, la necessità di una vera umanizzazione degli ospedali; l'intenzione dei- Coniugi Longhini prese corpo, precedendo tutte le discussioni del caso, creando nuove figure di collaboratori ospedalieri per instaurare con loro un rapporto di fiducia al fine di liberate il paziente dal senso di solitudine.
Il Prof. Longhini ha sostenuto le sue convinzioni su terreni diversi; non ha disdegnato il dialogo e i consigli, le interviste della stampa, in particolare quella della rivista «Alba" (3 dic. 1976) che ha intitolato la notizia '11 arrivano i Volontari di G. Pellucchi; ed eccone, qui di seguito, un brano significativo: Sono anni che vivo, come medico, in ospedale e questa mia lunga consuetudine con i malati (…) mi ha insegnato moltissime cose: ho visto infinite volte la paura negli occhi dei ricoverati: ho sentito il senso di solitudine che rischia di travolgerli. Mi sono reso conto che queste persone cercavano qualche cosa al di là delle terapie che venivano loro praticate (..) e mi sono reso conto, con sgomento, che a questa muta richiesta, come medico, non ero in grado di fornire un'adeguata risposta". In quel tempo i Coniugi Longhini decidono di avviare l'esperimento nello stesso Ospedale di Sesto San Giovanni! Con l'aiuto di colleghi ed amici, il primario prepara un primo gruppo di volontari, scegliendoli tra persone disposte a trascorrere qualche ora accanto al malato... con l'unico fine di sollevarli dal mondo delle loro afflizioni. Intanto l'Avv.to Goffredo Grassani aiuta il Prof.re, assumendo il compito di curare gli aspetti giuridico organizzativi del progetto, in particolare in relazione alla definizione dei rapporti dei Volontari con il personale medico e paramedico.
Fisionomia del movimento
Il primo gruppo dei Volontari Ospedalieri a Sesto S. Giovanni con i loro fondatori, Prof. Longhini e Consorte., subito dopo la loro apparizione in quell'ospedale, hanno suscitato ammirazione a largo raggio: la carità dei Volontari verso i degenti trova subito sviluppo e approvazione nell'annuncio solenne (febbraio 1976) pronunciato nell'aula magna dell'ospedale maggiore di Milano - il Policlinico - in occasione dell'apertura di un corso di preparazione di un gruppo di volontari: il presidente del Policlinico, Battari Giovanni, dichiarava la sua adesione all'iniziativa e la sua disponibilità al costituirsi di questa nuova associazione anche nei suoi padiglioni.
In questa circostanza il Prof. Longhini ha colto l'occasione per illustrare ufficialmente i motivi profondi che costituiscono l'anima della nascente iniziativa: il Volontariato Ospedaliero! «Noi, dice il Prof.re, vorremmo per l'ammalato, una partecipazione viva; una integrazione nella società operante, perché il malato né è la parte più nobile! Se passiamo tutta la giornata a combattere il dolore, nei riguardi della sofferenza umana abbiamo rispetto e, oserei dire, devozione». E quasi rivolgendo a se stesso e ai presenti la domanda «Come è possibile realizzare una umanizzazione dell'Ospedale?» rispondeva: «Secondo noi, con un'azione di servizio; e il servizio non è imporre le proprie idee, non è agire nel seno delle proprie prospettive, non è cercare gratificazioni o giustificazioni per se stesso, non è intralciare il lavoro dei tecnici e non è sostituire attività che sono campo di azione di strutture e di persone ben definite; ma si tratta di rendere meno gravoso, meno triste, meno isolato il periodo di malattia, tramite un rapporto umano che sia rispettoso, silenzioso, soprattutto disposto a donare senza nulla ricevere».
L'interesse suscitato dall'Associazione A.V.O. nelle diverse regioni d'Italia, ha provocato un fiorire di adesioni tanto da creare, nel 1981, la Federazione Nazionale delle varie associazioni regionali. Lo scopo della federazione è presto detto, perché si tratta di instaurare tra i gruppi del Volontariato ospedaliero, un continuo collegamento, non solo per mantenere una certa uniformità di indirizzo, ma per una maggiore facilità, di scambi, di esperienze, e di pareri su eventuali difficoltà o decisioni da prendere. La Federazione si muove tempestivamente per queste e altre urgenze di gruppo, attraverso il Consiglio della Federavo che è composto di delegati provenienti dalle associazioni regionali in Italia.
IDENTITA' E UMANIZZAZIONE
L'identità interiore del Volontariato, direi quasi la sua vocazione al servizio degli infermi: dove nasce, come si esprime, come si dispiega! Concretamente è la scelta di saper incontrare il malato e la sofferenza umana, spesso lontana da ogni speranza! "Se è vero che la maggior parte degli aspiranti volontari, dice il Prof. Longhini, è costituita da persone che in varie occasioni si sono rese conto delle condizioni di sconforto in cui i degenti dell'Ospedale vengono a trovarsi, dobbiamo dire che a spingere il Volontario a scegliere questo speciale servizio è un autentico senso di solidarietà umana: cioè, uomini e donne rinunciano a possibili svaghi personali e si impegnano a seguire i corsi di preparazione per poter poi offrire le proprie disponibilità all'assistenza dei malati".
Sembra strano - confidava un medico primario dell'Ospedale di Niguarda (Milano) - che in un mondo apparentemente così egoista, vi sia ancora tanta gente che la domenica o durante i periodi di ferie o anche lungo la settimana, scelga di passare qualche ora nelle corsie del nostro ospedale, per mettersi accanto a un malato...
La presenza di questo spirito di solidarietà e di gratuita dedizione, è una realtà che viene confermata dalle risposte assai precise e significative che gli aspiranti Volontari sanno dire: Non è possibile rimanere insensibili e inerti di fronte a un malato che è in ospedale e che non ha nessuno con cui potersi confidare, se non con il vicino che è colpito, anche lui, dagli stessi problemi...
Il malato è persona che ha lasciato la sua casa, i suoi cari, i suoi interessi e si trova immerso in una comunità di degenti, dove forse nessuno si accorge di lui: accresce questa sofferenza morale, il fatto che il paziente non riesce a capire ciò che gli sta succedendo; non riesce a comprendere bene i risultati della diagnosi e il senso della terapia... Tutto ciò lo avvilisce e lo getta in un profondo senso di angoscia e di paura.
Perciò tale senso unico di solidarietà, che costituisce l'anima di questo specifico Volontariato, raggiunge i suoi scopi trasformandosi in una presenza affettuosa e piena per il malato! Infatti si richiedono nel volontariato alcune qualità naturali, sia nel modo di essere, di esprimersi, sia anche nella conoscenza di alcune tecniche di comportamento nel rapporto personale con il malato che gli è stato affidato.
Umanizzazione dell'ospedale.
Abbiamo tentato di studiare il Volontario, nella sua identità interiore e abbiamo capito che l'anima della sua scelta è nella pienezza della solidarietà umana! Infatti il pensiero che sottende alle attività dei Volontari ospedalieri, è quello di riconoscere al malato il suo posto al centro: perciò lo scopo fondamentale dell'A.V.0. si propone con i suoi programmi di azione e di impegno sociale, l'umanizzazione degli ambienti di cura ponendo al vertice, l'uomo malato.
Pochi anni dopo l'avvio dell'A.V.0. già sull'onda dei primi successi, a sostenere le finalità dell'Associazione e a promuovere le iniziative, vennero in soccorso i Fatebenefratelli con interventi illustrativi, comunque efficaci, data la loro pratica consolidata nel tempo! L'A.V.O., da tale esperienza, ha saputo rinnovare in tutto il servizio agli ammalati, all'insegna di una «vera umanizzazione» dell'intera assistenza sanitaria.
Il Santo Padre Giovanni Paolo II, nel VI sinodo dei Vescovi (ottobre 1983) ha invitato il Padre Marchesi, Superiore generale dei Fatebenefratelli, il quale pronunciò validi interventi sui problemi dell'umanizzazione dell'Ospedale, perciò ne riportiamo uno breve: «Il Santo Padre ci ha chiesto di promuovere una medicina più umana dicendo: «Voi siete chiamati ad umanizzare la malattia! E' un messaggio che molti di noi hanno trasformato in progetto di vita ma, oggi, con l'evoluzione clinico-sociale e politica, non lo si può realizzare se non ci sarà una nuova alleanza dentro la Chiesa, tra tutte le forze della Chiesa, con il malato e per il malato». Infatti se il malato non è al centro dell'Ospedale, al centro degli interessi di tutti gli operatori, altri si mettono al suo posto… Diceva un Vescovo dell'Africa: «Se c'è un padrone nell'ospedale, deve essere il malato».
Proprio in tema di umanizzazione degli ospedali, dei loro ambienti e delle loro iniziative, venne chiesto al Prof. Longhini con quali metodi e in quale misura L'Associazione Volontari Ospedalieri, avrebbe potuto contribuire in tale direzione. Il fondatore dell'A.V.0. rispose che negli ospedali vi sono alcune attività all'interno delle quali si potrebbe svolgere, in maniere diverse, un graduale piano di umanizzazione dell'ambiente: «Ci sono dei compiti pratici: la biblioteca, e l'informazione del malato, l'organizzazione del tempo libero, la possibilità di partecipare a manifestazioni varie. Poi ci sono compiti a più stretto contatto: l'aiuto diretto al momento dell'accettazione in ospedale, i contatti fraterni con i malati soli, con i malati cronici, con i vecchi, con i gravi, con quelli che ‘devono' morire».
E i Cappellani? Ecco, si devono immergere nell'anima dei pazienti, per un valido approccio umano che doni al malato il senso della carità cristiana, dentro l'ospedale, per fugare ogni dubbio su la loro presenza con una attività primaria di assistenza spirituale.
STRUTTURE E LEGISLAZIONE
Strutture essenziali
La Federavo ha pubblicato recentemente (Milano 16/031 1995) un modello di statuto a cui dovrebbero adeguarsi tutti i gruppi di volontariato ospedaliero nel redigere il proprio. Nel documento vengono indicati alcuni punti fondamentali, relativi alle finalità dell'Associazione.
Sui 21 Articoli di cui è dotato il modello di statuto, prendiamo in esame solo gli Artt. 2-3 per il loro contenuto essenziale in quanto siamo interessati in questa sede, alle qualità personali dei soci nella dotazione di appartenenza all'associazione. L'Art. 2 si apre con un cenno assai preciso allo spirito evangelico da cui è scaturita nei promotori l'idea del volontariato ospedaliero: «L'Avo, in obbedienza al Vangelo e con la partecipazione di tutti gli uomini di buona volontà, intende […]rendere un servizio qualificato, volontario e gratuito». L'associazione inoltre «fonda la sua attività istituzionale e associativa sui principi costituzionali della democrazia e della partecipazione sociale». Essa esclude qualsiasi fine di lucro anche indiretto, operando esclusivamente per i fini di solidarietà sociale e culturale. Il volontariato opera nelle strutture ospedaliere e nelle strutture socio-esistenziali alternative, dove intende «assicurare una presenza amichevole accanto ai malati […] offrendo loro durante la degenza, calore umano, dialogo, aiuto...».
Nell'Art. 3, gli associati A.V.O. devono essere persone fisicamente e psicologicamente idonee, che siano maggiorenni, che ne condividano gli scopi e accettino lo statuto. Ad ogni aspirante socio è richiesta una adeguata formazione che lo metta in grado di realizzare, nel migliore dei modi, le finalità, i compiti e gli obiettivi della associazione stessa. L'ammissione all'associazione è deliberata dal consiglio esecutivo su la domanda dell'aspirante socio.
Per puntare ad una adeguata preparazione e qualificazione dei volontari, l'A.V.O. organizza un corso di base, con le lezioni di psicologia, di informazione generale su l'organizzazione ospedaliera, ecc. Al termine del corso, i volontari sono affiancati, in un primo tempo, da volontari già esperti.
E' stato redatto anche dall'Associazione il Decalogo del volontario, un pieghevole che viene distribuito in occasione dei congressi biennali. Noi ci fermiamo qui; tenendo in conto le strutture base ed essenziali dell'A.V.0. a cui si deve ricorrere ogni volta che il volontario ospedaliero ha bisogno di sapere, di conoscere... A titolo di cronaca vogliamo ricordare che l'ultimo congresso nazionale (1994-1995) si è tenuto in Assisi con la partecipazione di 1.500 delegati e ha avuto come tema il «significato di guarigione".
La legislazione civile per il servizio di Volontariato
La legge del 23 dicembre 1978, riguardante l'istituzione del servizio sanitario nazionale, contiene, per la prima volta, qualche cenno sul volontariato in generale. Ne parla l'Art. 1, 5' comma: «le associazioni di volontariato possono concorrere ai fini istituzionali del servizio sanitario nazionale nei modi e nelle forme stabilite dalla presente legge»; e, più avanti all'Art. 45, la stessa legge precisa le specifiche funzioni delle Associazioni di Volontariato, con cui si ottiene il necessario riconoscimento giuridico del Presidente della Giunta regionale […].
Tralasciamo per ragioni di spazio, norme, modi e limiti di azione accanto al personale medico e infiermieristico di servizio […]. Viene data particolare evidenza alla caratteristica della gratuità del servizio del volontario ospedaliero […] perché al volontario deve bastare la coscienza del servizio reso affinché il malato non si senta «numero» della complessa macchina ospedaliera, ma ancora una «persona», con tutta la sua problematica e con la possibilità di dire quello che nessuno in Ospedale può e vuole ascoltare di lui»
Al diffondersi di organizzazioni di volontariato nei più vari settori dell'assistenza, era ormai inevitabile che il legislatore intervenisse con una legge-quadro sul volontariato sia in positivo, sia in negativo per impedire il sorgere di movimenti con finalità dubbie e incontrollabili… Si giunge così alla promulgazione della legge n. 266 - 11 agosto 1991: le valutazioni sulla legge-quadro da parte delle associazioni di volontariato sono state nel complesso piuttosto positive […]. Noi ci limitiamo a riportare quasi per intero, l'Art. 1 che in maniera precisa indica le finalità e l'oggetto della legge: «La Repubblica italiana riconosce il valore sociale e la funzione dell'attività del Volontariato, come espressione di partecipazione, solidarietà e pluralismo, ne promuove lo sviluppo, salvaguardandone l'autonomia e ne favorisce l'apporto originale per il conseguimento delle finalità di carattere sociale, civile e culturale individuate dallo Stato, dalle regioni, dalle province autonome di Trento e Bolzano, e dagli enti locali. La presente legge stabilisce i principi cui le regioni e le province autonome devono attenersi nel disciplinare i rapporti fra le istituzioni pubbliche e le organizzazioni di volontariato...
A questo punto crediamo di aver donato ai lettori una sufficiente informazione sul volontariato ospedaliero: quello che abbiamo scritto è frutto di studio e di intensa ricerca durata una breve vacanza... Infine vogliamo ricordare che l'A.V.O., istituzionalmente, non è una associazione confessionale anche se vi operano molti cattolici.
P. Mencarelli Giulio
 
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